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Vinitaly 2017, ve ne racconto delle belle

VinoperPassione al Vinitaly

51° VINITALY, SI PARTE

” Non è facile scegliere quali degustazioni fare in una manifestazione come il Vinitaly. Soprattutto quando ci sono impegni lavorativi e di rappresentanza inderogabili. Ma molte cose positive ci sono e mi va di raccontarvele. Ci sono piccole cantine che hanno sorpreso, vecchie annate di grandi vini e verticali per ogni gusto. Partiamo “

Degustazioni al Vinitaly

IL VINITALY E’ SEMPRE IL VINITALY

Il pubblico del Vinitaly è un pubblico variopinto ed eterogeneo che segna un punto d’incontro generazionale. Per una volta giovani e meno giovani si incontrano. Condividono quella meravigliosa passione che è il vino e il suo mondo. Favoloso!

Difficile raccontare alla perfezione le emozioni ma anche la fatica che si provano al Vinitaly. E’ una manifestazione unica che rischia di fagocitarti visto il grande numero di espositori presenti. Sono grandi e piccoli e accorrono da tutta Italia e da alcune parti del mondo per parlare dei loro vini.

Sono molti anche gli appuntamenti come Masterclass, verticali e conferenze. Più tardi vi parlerò di qualche evento a cui ho partecipato e in cui mi sono arricchito. Comunque sono state bellissime occasioni di confronto e di approfondimento.

” Il Vinitaly è diventato anche un modo per portare reali le conoscenze virtuali fatte sui social. Oppure per vedere dal vivo tutti quelli che seguiamo online. E’ una bella esperienza che riporta sulla terra ferma tutte le conoscenze che stanno sulla rete 

AZIENDA  VITIVINICOLA SOCCI | CASTELPIANO (AN)

Degustazione Verdicchio Socci

Grazie al Vinitaly una di queste conoscenze diventate “terrene” è Marika Socci, dell’omonima cantina. Assieme a padre, madre e sorella, si diverte a produrre sulle colline di Jesi tre differenti Verdicchio.

La famiglia possedeva vigneti da molti anni e tempo fa erano soliti conferire le proprie uve ad altre cantine. Infatti il nonno considerava il vigneto solo come un piacevole passatempo.

Marika ha una passione travolgente che conquista mentre racconta delle origini della sua azienda. E’ partita negli anni ’70 quando la famiglia si rese conto di avere un piccolo tesoro fra le mani.

La famiglia produce tre differenti Verdicchio i cui nomi hanno significati ben precisi. Martina e Marika sono i nomi delle due figlie, mentre Deserto è il nome del monte della zona, a cui si devono le particolarità di questi vini.

DUE FIGLIE PER DUE VERDICCHIO

Tre tipi di Verdicchio per tre differenti stili di vinificazione. Personalità e carattere per una produzione totale intorno le 20mila bottiglie, espressione specifica del territorio. DESERTO è il cru aziendale, in cui si selezionano i migliori grappoli e che rappresenta maggiormente l’idea classica di Verdicchio. Ha dalla sua una personalità che ricorda il territorio con tutta la finezza olfattiva e una bellissima freschezza al palato.

MARIKA è il “figlio del freddo” dato che il mosto è ottenuto da crioestrazione, in cui i grappoli sostano per circa 24 ore ad una temperatura di -23°C. Ciò serve per concentrare zuccheri e sostanze all’interno degli acini. Da qui si estrae, attraverso una pressatura soffice, solamente il mosto fiore, più pregiato.

Ha un olfatto che spinge in modo personale con mela Golden e pesca gialla. Forse sono travalicati dal gusto al palato che è potente, complesso e che allarga le spalle per riempire ogni angolo. E’ un Verdicchio polposo, con un estratto più alto e che non nasconde la propria personalità. Pur non allontanandosi dal solco di eleganza e finezza necessarie per fare bella figura. Fra i tre è stato il mio preferito.

Infine MARTINA, il Verdicchio che porta il nome della figlia minore. E’ il Verdicchio della tradizione, quello della vita quotidiana marchigiana. Come approccio al naso, ingresso al palato e freschezza ricorda il Verdicchio che ha fatto la storia dei Castelli di Jesi.

Grazie alla famiglia Socci per l’ospitalità al loro stand Vinitaly, oltre al sorriso gioviale che ha reso la degustazione dei loro verdicchio ancora più piacevole. Complimenti al papà Socci per il bellissimo papillon.

IL METODO CLASSICO DI LUCIA LETRARI E’ SEMPRE UNA GARANZIA

Quando degusto le bollicine di Lucia Letrari rimango convinto che ci siano poche aziende che producano bollicine con qualità e costanza come fa la “signora del Trentino” da molti anni. ( ndr: spero che Lucia mi passi la battuta ).

L’occasione del Vinitaly è ghiotta per conoscere la CUVÉE BLANCHE. Come dice il nome è frutto di sole uve bianche, Chardonnay nello specifico. Sosta 24 mesi sui lieviti e si posiziona all’ingresso della gamma di Letrari. Non per una minore qualità intrinseca, piuttosto perchè è il prodotto ideale per una pronta beva, magari in un aperitivo estivo passato in bella compagnia.

Degustazione Letrari Cuvèe Blanche

AL VINITALY UN’ALTRA PERLA TRENTINA

Al naso mantiene la tipica eleganza di famiglia con una spinta che si percepisce giovane, fresca e che punta ad una maggiore immediatezza. Mela verde, ananas e pesca bianca la fanno da padrone. Sono accompagnate da un giusto “taglio” fatto di profumato burro fuso, crosta di pane appena sfornata e mandorla.

Entra al palato con la giusta acidità e fermezza e chiude verso la tipica nota citrina in cui fa capolino il ricordo quasi dolciastro dell’ananas.

Le bollicine hanno un corpo fine, come negli altri prodotti di famiglia, segno che l’eleganza non diminuisce anche nei prodotti di ingresso gamma. Sono ben integrate con il liquido, si allargano spumose nel palato e accompagnano la beva in modo stuzzicante. Alla fine la bocca resta pulita, con una giusta dose di sapidità e con il ricordo di quella mineralità tipicamente dolomitica che rende il finale piacevole e da ricordare. Beva straordinaria e perfettamente in linea con la tipologia. Che dire? Semplice, brava Lucia!

 DI NUOVO BOLLICINE, MA DAL LAGO D’ISEO

“Le bollicine sono una mia passione irrefrenabile, incontrollabile e che spesso preferisco ad altre tipologie di vino. Ho notato che al Vinitaly molte aziende hanno lanciato nuovi prodotti o si sono avvicinate ad un pubblico più giovane o ancora poco propenso a bere bollicine. In Franciacorta da anni c’è fermento, nascono nuove aziende o altre, già conosciute, allargano la propria offerta commerciale. Ho visitato una vecchia conoscenza, già incontrata durante il Festival Franciacorta 2015”

VIGNA DORATA, PICCOLA MA SOLIDA REALTA’

Degustazione Franciacorta Vigna Dorata 6pm

Vigna Dorata è una piccola azienda della Franciacorta che da anni porta avanti la tradizione di bollicine, lavorando con costanza qualitativa sempre lodevole.

Il pubblico di bollicine sta cambiando, o perlomeno le aziende vinicole cercano di cambiarlo, avvicinandosi a un target più giovane o meno avvezzo a prodotti di grande struttura. Franciacorta e Trento Doc camminano su un percorso diverso dal loro “cugino” Valdobbiadene. Ma si sa che il mercato vive di numeri e vendite e non si mangia solo di sensazioni e tempi di sosta sui lieviti…

La nascita del 6 PM deriva dalla volontà di avvicinarsi al pubblico dell’aperitivo, come il nome indica alla perfezione. Prima di cena non si ha necessità di un prodotto di grande evoluzione, piuttosto di una bollicina che presenti una buona beva e sia giustamente piacevole.

Chardonnay al 100% e sosta sui lieviti per 24 mesi sono il biglietto da visita del 6 PM e annuncio già di averlo trovato perfetto per la tipologia di abbinamento che chiede di ottenere. Ha una beva facilissima  e ben godibile, grazie a un mix di caratteristiche che si amalgano perfettamente tra loro. Naso fine, non eccessivamente protagonista con ricordi di pompelmo bianco, ananas e pizzico di mango, su uno sfondo fatto di vaniglia e crosta di pane.

L’APERITIVO E’ IL SUO REGNO

Ma all’aperitivo conta il palato, non tanto i profumi al naso. É qua che il 6 PM riesce a colpire nel segno. Entra piacevolissimo con bollicine soffici, spumose oltreché eleganti più della media della tipologia. Gioca sulla grande freschezza , grazie all’acidità citrina che rinfresca ed invade il palato.

La bocca resta fresca, pulita, salivante e invogliata per un altro sorso. E la cosa positiva è che la persistenza non cede alla tentazione di nascondersi dietro le spalle della grande acidità. Anzi dice la sua in un equilibrio ideale per la situazione tipo.

Al Vinitaly ho degustato anche il loro classico Brut, ma preferivo raccontarvi un nuovo prodotto. E’ sicuramente innovativo considerando anche la tradizione l’offerta commerciale della cantina Vigna Dorata.

SEMPRE IN FRANCIACORTA, MA NON PER BOLLICINE

Ricci Curbastro Sebino IGT

Quando penso alla Franciacorta spesso e volentieri mi dimentico che è una terra anche di vini fermi, oltreché di grandi bollicine. Ci sono due tipologie, il Curtefranca DOC e il Sebino IGT. Oggi vi parlerò di un’azienda da me conosciuta, che si trova sulla sponda occidentale della Franciacorta con vigneti nelle zone di Capriolo.

Più avanti racconterò nuovamente di Ricci Curbastro, per una bella verticale di Satèn. Ora voglio puntare il focus su un prodotto che esce dalla voce corale tipica franciacortina.

Ricci Curbastro Sebino IGTAvete mai sentito parlare delle uve PIWI? Non vi preoccupate, nemmeno io prima di incontrare questo nuovo vino di Ricci Curbastro. PIWI è un acronimo che sta per...Pilzwiderstandfähig! Bene, cosi immagino che ne sappiate quanto prima, no? In pratica sono tipologie di uve resistenti alle malattie fungine grazie ad un’opera di incrocio tra viti europee e americane per ottenere resistenza alle crittogame e malattie tipo fillossera, pur mentendo una qualità comparabile con le classiche viti europee. Lo studio di questa tipologia è iniziato a fine ‘800 in Francia, poi successivamente in Germania per ritornare alla ribalta, sempre in Europa, dagli anni ’50 in poi.

Quindi che ha fatto Ricci Curbastro? Ha impiantato un piccolo vigneto di 0,25 ettari nel centro di Capriolo, lo ha recintato alla mò dei clos della Borgogna e scelto 4 tipologie di uve diverse, tutte facenti parte del PIWI club: Bronner, Helios, Johanniter e Solaris.

 QUESTE UVE PIWI SONO DAVVERO COSI’ STRANE?

Quindi com’è questo Sebino IGT da uve sconosciute e mai degustate? Termini di paragone non ce ne sono. Non mi trovo a parlare di un classico Chardonnay, Sauvignon o di un assemblaggio di vitigni tradizionali. Qua si entra in un mondo senza bordi e confini a limitare lo spazio di sensazioni, per cui mi affido ai sensi!

Ricci Curbastro Sebino Igt

Al naso si presenta con un fare delicato che immediatamente ci parla di frutti a polpa bianca come pesca, pompelmo e pera. In più si uniscono con la medesima delicatezza a ricordi di fiori bianchi di campo.

Si percepisce un tono abbastanza caldo, sempre in un solco fatto di eleganza e finezza olfattiva. Si approccia con il palato con decisa sapidità ( che lascierà la bocca perfettamente asciutta a fine degustazione ) ma prima lascia spazio all’acidità. Con lavoro di cesello, va a coprire ogni angolo con un’esplosione agrumata che riesce a dare piacevolezza e corpo. Si prende i meriti di disorientare al momento dell’assaggio visto che buca quella corazza di finezza sentita al naso per far capire che la sostanza c’è e vuole farsi percepire!

Inoltre non delude neppure alla voce persistenza. Lascia il palato piacevolmente rapito da un corpo acido e fruttato, ben percepibile anche grazie ad una salivazione persistente e limacciosa.

TIRIAMO LE SOMME SUL PIWI

“Non sapevo cosa aspettarmi da un vino simile, unico nella sua tipologia, ma il risultato è degno di nota. Se possa essere un vino da invecchiamento, chi lo può dire? Certo l’acidità e la sapidità sono ad alti livelli. Creano infatti una potenziale base di fondamenta per sperare in una longevità futura. Intanto godiamoci il fatto che il vino sappia cosa raccontare oltreché sorprendere per la sua anomala personalità. Poi guardiamo alla certificazione CSQA che ha confermato le analisi effettuate sul vino. Mette nero su bianco che i residui chimici al suo interno sono INFERIORI A 0,01 PPM ( parti per milione ). Credo che un vino più salutare di questo sia quasi impossibile da trovare. E’ in edizione limitata di circa 1200 bottiglie, per cui affrettatevi”

UNA VISITA AI PADRONI DI CASA DEL VENETO, ECCOMI DA CANTINE BUGLIONI

“Andare al Vinitaly senza passare dal Veneto è un pò come avere una casa propria e dormire in albergo. Ho visitato anche tante altre aziende venete, ma nel raccontarvi il mio Vinitaly voglio concentrarmi su quelle degustazioni che mi hanno colpito.”

Stand Vinitaly Buglioni

La storia della Cantina Buglioni nasce dalla passione verso la vigna, che ha spinto la famiglia ad acquistare un casale in Valpolicella nel 1993.  Dopo prove e vendemmie fatte per il gusto di produrre il proprio vino, nel 200o arriva la prima vendemmia “commerciale” con l’obiettivo di dare un seguito e uno scopo a quella semplice passione.

Oggi Buglioni può vantare una produzione nell’ordine delle 250mila bottiglie ma questo risultato parte da lontano. Dai quei 10 ettari vitati con 5 di sua proprietà che oggi sono cresciuti fino ai 70 complessivi di cui 48 posseduti direttamente.

Per alcune zone il numero di bottiglie prodotte potrebbe sembrare anche già di rilievo ma non dimentichiamo che il Veneto è la regione a più alta produttività d’Italia. Ci sono giganti che possono vantare numeri da capogiro, soprattutto quando si parla di bollicine da uva Glera.

I NOMI DELLA GAMMA PARLANO CHIARO

Vini Buglioni Valpolicella

L’impatto con lo stand Buglioni è subito indirizzato all’empatia, d’altronde con dei nomi del genere sulle etichette è difficile non essere curiosi. I nomi scelti sono in linea con le tipologie di vino in quanto l’Amarone si chiama il Lussurioso ( come dar torto visto il corpo e i gradi tipici di un Amarone ). Il Recioto è il Narcisista ( perchè bello e buono come un Recioto a fine pasto, è difficile averne ).Il Valpolicella Superiore è l’Imperfetto ( d’altra parte con dei cugini come il Ripasso e l’Amarone chiunque sarebbe imperfetto ). Alla fine il bianco è il Disperato ( poverino, contro dei rossi così che possiamo dirgli? ).

Ne manca uno, non vi sembra? E’ il Bugiardo, alias Ripasso della Valpolicella che, a dir la verità, sempre un pò bugiardo lo è. E’ un figlio minore del dio Amarone, perchè vuole usare le sue uve ma solo in secondo passaggio.In questo modo non sbilancia troppo nel grado alcolico e nella struttura, però al tempo stesso non sfigura. Al punto che in Valpolicella ci sono dei Ripasso che danno la paga a certi Amarone!

Quindi? E’ bugiardo perchè ha ingannato anche un abile sommelier facendo finta di essere un Amarone tale è il suo corpo e la sua struttura, quasi a volersi distaccare da altri Ripasso. Quindi complimenti al nostro Bugiardo!

HO MESSO ALLA PROVA QUESTI RAGAZZOTTI

VALPOLICELLA SUPERIORE 2014. Affinamento di circa 8 mesi in botte più 3 mesi in bottiglia. Possiede un tono già importante visto che una piccola parte delle uve viene fatta appassire. E’ il classico uvaggio veneto con 50% Corvina, 25% Corvinone e restante diviso tra Rondinella e Croatina. Dopo aver notato un bel rosso rubino carico, l’olfatto impatta con il fruttato maturo composto da ciliegia, amarena e mora. Speziato e con leggerissimi accenni vanigliati. Ha corpo e struttura ma senza essere invadente, mentre la trama tannica è decisa e ancora da affinare del tutto. Non può dare il meglio di sé in morbidezza ma possiede sapidità e sa come lasciare il finale di bocca piacevolmente fruttato

VALPOLICELLA RIPASSO 2013. L’affinamento in botte sale a 12 mesi così come quello in bottiglia aumenta a 6 dai precedenti 3. Sale la presenza di Corvina al 60%, cala il Corvinone al 20% mentre entra un briciolo di Oseleta nell’assemblaggio. Già al naso si fa sentire più caldo e complesso. I frutti rossi e neri sono già sulla strada verso un sotto spirito che diventerà imperante fra qualche tempo, poi arrivano liquirizia, chiodi di garofano e sfumatura vanigliata. E’ un pò più morbido in bocca grazie anche a quel poco di balsamico e polvere di cacao che arricchiscono il bagaglio di amarena e marasca. Sale anche di persistenza e piacevolezza finale, non tradendo quelle premesse date dal nome.

FINISCO IN BELLEZZA IL VINITALY CON L’AMARONE 2012

Vini Buglioni Vinitaly

Il discorso adesso diventa più complesso, ovviamente. L’Amarone è il dio indiscusso del Veneto, uno dei più “bramati” al Vinitaly, ma anche un vino “meno immediato” di altri famosi cavalli di battaglia toscani o piemontesi. Pensiamo ad un Brunello di Montalcino o Barolo che fanno della loro quintessenza franca ed univoca di monovitigno un grande punto di forza. Nell’Amarone ciò non avviene. Ogni azienda cambia le uve nell’assemblaggio, la loro percentuale e quanto e quali uve vengono appassite. Quindi? Si deve provare a berne molti per carpire la sua anima enigmatica.

Detto ciò capiamo di che pasta è fatto l’Amarone di Buglioni. Arriva a un 60% di Corvina, aiutata da Corvinone, Rondinella, Oseleta e Croatina. Affina per 24 mesi in legno e altri 18 in bottiglia, normale che abbia una struttura ben diversa dagli altri vini. E’ particolare anche l’appassimento delle uve, meno lungo di altri colleghi perchè dura, in media, da un mese e mezzo fino a due mesi e mezzo.

E’ UN AMARONE “DIVERSO”

Il colore è profondo, quasi cupo ma all’olfatto non impatta in modo così violento come altri, almeno cercando di nascondere il suo impatto alcolico. Ciò che si percepisce in modo inconfondibile è il tocco macerato dei frutti neri perlopiù come mora, ribes e prugna aiutati “nel tono scuro” da tamarindo, liquirizia, spolverata di caffè e accenni di tabacco. Tutti stanno sotto al grande cappello del balsamico che anticipa il percorso di evoluzione che arriverà fra qualche tempo.

In bocca è più morbido degli altri, l’alcol è presente ma in modo controllato ed il fruttato è pieno, vivo e caldo. E’ un vino quasi “masticabile” e lo si capisce anche dai quasi 40 gr/l di estratto secco. Ma nonostante ciò non mi sento di penalizzarlo nel giudizio dell’equilibrio. Viene da un terroir e da una vinificazione che lo rendono più gestibile rispetto ai classici Amarone ed anche più immediato nella sua comprensione.

BELLO, PERCHE’ RAPISCE IL CONSENSO

Al palato si percepisce ancora meglio il tono balsamico che vira nel mentolato, quel pò di carrube che rende il gusto un pò amarognolo oltre a polvere di cacao e tabacco a rafforzare il tutto. Il ruolo del tannino non è da comprimario, anzi, è ancora un pò ruvido e sta “sulle sue”. Comunque non così tanto da perdere quel minimo di “elegante possanza” che lo contraddistingue.

Concludo dicendo che la persistenza è lunga e lascia un ricordo finale di china, mentre non si può parlare di armonia. Questi vini devono crescere, maturare e affinare per tempo. Anche se può essere già bevuto, rispetto a molti altri colleghi, che sono ancora troppo esuberanti per apparire piacevoli al palato.

AL VINITALY NON MANCA LA TOSCANA

Fattoria Montemaggio al Vinitaly

Ho avuto il piacere di essere invitato alla verticale di Chianti Classico, Chianti Classico Riserva e Merlot di Fattoria Montemaggio. È una delle più rappresentative e iconiche realtà di Radda in Chianti, oltreché dell’intera area del Chianti Classico.

Montemaggio possiede circa 70 ettari, di cui 8 interamente coltivati in modo biologico con una decisa attenzione alla ricerca della qualità in ogni passaggio, dalla vendemmia fino alla vinificazione. L’azienda ha una posizione alta rispetto alla media. È in località Monte Maggiore ( da cui il nome ) che porta l’altitudine intorno ai 500 metri s.l.m. Ciò conferisce clima più fresco con sbalzi di temperatura evidenti tra giorno e notte.

Il terroir è il tipico galestro, che ha fatto la fortuna del Chianti Classico. Le piante sono messe in competizione tra loro con una densità media molto alta, grazie alla quale le radici arrivano fino a 60 metri di profondità. Ricordiamo questo particolare che sarà utile per carpire la vera anima di questi vini.

Continuiamo il racconto parlando di sovescio di erbe spontanee e leguminose in vigneto oppure di selezione manuale dei migliori grappoli. Tutto è indirizzato alla ricerca della migliore qualità possibile. Adesso passiamo all’assaggio.

PRIMA IL CHIANTI CLASSICO

Chianti Classico Montemaggio 1999 al VinitalyCHIANTI CLASSICO 1999. Granato già evidente con decisa intensità cromatica. Noto subito finezza ed eleganza olfattiva che portano frutti sotto spirito a bacca nera ( prugna, mora e pizzico di marasca ). Poi bouquet di fiori secchi e tutto lo sviluppo terziario comprendente legno tostato, cannella, polvere di cacao amaro, tabacco, pepe nero. All’assaggio mantiene una bella personalità in cui il tannino può recitare la sua parte in modo onorevole. Al tempo stesso è salita la freschezza che crea un valido bilanciamento fra le due parti. Percepibile un tono ematico unito al bagaglio di frutti macerati e a tutte le sfumature evolutive, compreso un elegante sentore balsamico. Porta sulle spalle un bel percorso evolutivo, ma ancora non è finito. Bella persistenza con eleganza finale che ammalia.

 

CHIANTI CLASSICO 2007. Ancora rosso rubino ma già sono nati i primi riflessi granati. Naso più deciso e con maggiore potenza del 1999, spostato su polpa ben matura come in una confettura ben fatta. Riunisce intensità, complessità e finezza in un insieme di rara piacevolezza, pur dimostrando che l’evoluzione si sta facendo viva. Anche al palato non nasconde la personalità fatta di potenza ed alcolicità pur avendo un tannino che gioca su toni importanti ma già levigati dall’eleganza. Bocca che resta ben calda, piena di frutti maturi e “masticabili”. Il finale si concentra su spezie, tracce di liquirizia e con persistenza che sembra non volersene mai andare.

L’ULTIMO CHIANTI CLASSICO

CHIANTI CLASSICO 2011. Tipico colore da Sangiovese nel solco della tipicità. L’olfatto è ancora spostato su toni giovani, vivi e freschi di frutti rossi e neri che stanno via via maturando. Però il tono balsamico sembra già fare capolino. È aiutato anche da un ricordo erbaceo ancora presente vista la gioventù, a coprire parzialmente il fruttato. In bocca ha un tannino corposo e imperante, a denotare che la maturità è ancora lontana. Il tenore alcolico è deciso, ovviamente è meno morbido degli altri ma non delude le aspettative per il futuro. Ha una persistenza già adeguata, fa leva su piacevoli doti generali di complessità e intensità che lo portano già ad alti livelli.

ADESSO SI PASSA ALLA RISERVA

Chianti Classico Riserva 1997 Montemaggio al VinitalyCHIANTI CLASSICO RISERVA 1997. Elegante, fine, suadente, in poche parole magnifico e la vera scoperta del Vinitaly. L’intensità e la complessità delle note sono ai massimi livelli. Non manca di finezza ma quella fa partita a sé, dopotutto 20 anni portano risultati fuori dalla norma. Tutto è presente, non manca nulla.

Rapisce i sensi con varie sensazioni ben identificabili tra loro ma anche perfettamente inglobate assieme. Balsamico con tocco di eucalipto che apre le narici, sotto spirito dei frutti che rilancia il tenore alcolico, fine vaniglia in fondo che sembra dare quella spolverata di piacevolezza finale. All’olfatto poi sento tutto: frutti in confettura, cardamomo, pepe nero, tabacco, tamarindo, cacao amaro. La lista continuerebbe ancora…

Cosa sa darmi al palato? Pieni frutti macerati e carichi di polpa, con finale amaricante,  che hanno perso la loro spinta esplosiva ma perfettamente in linea con la tipologia. Il tannino è li, vestito a festa con un elegante signore che ricorda di avere ancora da dire, pur avendo lasciato spazio alla morbidezza e rotondità che rendono la beva estremamente suadente. Si risentono poi tutte le note complementari ad iniziare dal leggero amaro del cacao e del caffè, fino al ricordo di china come chiusura. Ovvio che sia persistente, piacevolissimo e che lasci ricordi ben stampati nel palato.

Questo 1997 dimostra i limiti della tipologia a livello di invecchiamento. Il Chianti Classico può permettersi  di dire la propria anche oltre i 20 anni, così come i vini di Montemaggio sanno affinare senza perdere la loro integrità e personalità.

AVVICINIAMOCI AI GIORNI NOSTRI

Chianti Classico Riserva Montemaggio al VinitalyCHIANTI CLASSICO RISERVA 2004. Il rosso rubino è ancora bello vivo e luminoso pur incontrando i primi riflessi granati. E’ potente e deciso al naso con frutti e potere alcolico che si prendono la scena. Allarga le varie sensazioni in modo complesso ma sempre rimanendo dentro i limiti della finezza. I frutti ( prugna, ribes e mora ) sono ancora vivi pur avendo già messo un piede nel macerato, ricordato da quel leggero balsamico che rende l’olfazione molto piacevole.

Anche al palato conferma la vivacità del frutto, andando a percepire ancora l’ultima piccola nota acidula della ciliegia. Ha già una buona morbidezza, così come il tannino sta ben in piedi, ma con una connotazione erbacea ancora evidente. La finezza gustativa comunque c’è e non viene mai messa in discussione. Cosi come la persistenza che è sempre a buoni livelli di durata.

CHIANTI CLASSICO RISERVA 2007. Annata calda che si fa subito percepire al naso. Arriva potente e caldo con frutti carichi di essenza e profumi. Pur ritrovando un inizio di balsamico e un vivo ricordo erbaceo, questi sono sovrastati dalla potenza fruttata. Anche pepe nero, chiodi di garofano e leggero tratto ematico restano indietro nella scala dei valori.

Si sente che è ancora è giovane quando entra al palato. Ha corpo e struttura che non fanno nulla per nascondersi. Anzi mandano nuovamente avanti il tono fruttato per ricordare quanto vogliano stupire. E’ caldo e potente nonostante non superi il limite dell’essere invasivo al palato. Il tannino è ancora vigoroso, ma neppure qua riesce ad essere tagliente e fuori luogo. Infatti lascia un pò di posto anche alla morbidezza. Ha già persistenza da vendere che rende ancora più piacevole quella complessità già percepita poco prima. Da affinamento

L’ULTIMA ANNATA DI RISERVA AL VINITALY

CHIANTI CLASSICO RISERVA 2010. I massimi livelli di potenza vengono raggiunti da quest’annata. Frutti vivi e pieni di polpa a volontà, nota alcolica che non fa nulla per nascondere la sua vigoria. Pur belli carichi di polpa i frutti non riescono a coprire la fine sfumatura erbacea che arriva poco dopo.

Si percepisce la nota balsamica che sta per nascere, come non si possono non riconoscere meriti alla particolare nota speziata che conferisce quella stuzzicante piacevolezza olfattiva.

Al palato entra come al naso, con una decisa connotazione di ciliegia, lampone e mora. Arrivano appena prima del tannino altro protagonista dell’assaggio. Il tannino arriva dopo, è vero, ma poi si prende completamente la scena invadendo il palato, sempre nel pieno rispetto delle gengive.

La morbidezza non riesce a farsi notare, un pò sopraffatta dal tannino e dalla sensazione di calore che lascia l’alcol. Quello che non manca è un potenziale futuro che elevi la già interessante complessità, andando però a cercare una maggiore finezza. La persistenza invece è già arrivata, in tutta la sua lunghezza, per ampliare ancor di più le piacevoli sensazioni.

E’ normale che questo vino in bocca stia scalpitando, ma è giusto per la tipologia e per l’annata. Chissà dove potrà arrivare in futuro se mantiene queste belle caratteristiche.

GRAZIE A MONTEMAGGIO

Mi fermo con la verticale al Chianti nonostante ci fossero anche 3 differenti annate di Torre di Montemaggio. È il cru di Merlot che ha dimostrato ( qualora ce ne fosse bisogno ) che nel Chianti anche le “uve forestiere” danno risultati eccezionali.

Grazie a tutto lo staff di Montemaggio. Al Vinitaly ha reso più che piacevole, anzi bellissima, questa occasione di conoscere un’azienda, un terroir e dei vini di elevatissima qualità. Un ringraziamento anche a Katarina Andersson per l’invito a questa bellissima occasione.

AL VINITALY HAI L’OCCASIONE DI SALUTARE TANTE AZIENDE

Stand Bruno Verdi al Vinitaly

Sono passato a salutare gli amici di Bruno Verdi che ogni volta sorprendono con una chicca molto particolare. Qua al Vinitaly hanno portato la medesima annata di Vergomberra 2008, una sboccata e imbottigliata come sempre con 50 mesi sui lieviti, mentre un’altra appena sboccata con sosta sui lieviti di ben 95 mesi. 

Sono prove di lungimiranza, visione e verifica delle potenzialità che il terroir che dona le caratteristiche alle piante. Non dimentichiamo che l’Oltrepò è il regno del Pinot Nero che può esprimersi a livelli ancora superiori rispetto ad altre zone spumantistiche.

QUINDI CHE DIRE DI QUESTO 95 MESI SUI LIEVITI?

Bruno Verdi Vergomberra 2008 al VinitalyL’Oltrepò Pavese ha grandi potenzialità di affinamento per le bollicine metodo classico. Questa nomea però va compresa e metabolizzata dal grande pubblico. L’esperimento di Bruno Verdi è vincente e per nulla azzardato nel suo risultato finale.

Quindi questa 2008 appena sboccata com’è? Ha un grande potenziale. Considerando la sboccatura recentissima, ha ancora da metabolizzare questo sconquasso per prendere piena consapevolezza delle sue enormi potenzialità evolutive. Ha corpo, struttura, un bel bagaglio di note evolutive sia all’olfatto che al palato. Comunque sempre nel solco di quell’acidità imperante che è la miglior garanzia di ancora una lunga vita in bottiglia. Nemmeno a ricordare che in bocca si presenta alla grande con bollicine fini, spumose e perfettamente godibili. Sono in un contesto evoluto, ma al tempo stesso godibile per piacevolezza e finezza globale.

MI RICORDO UN 110 MESI SUI LIEVITI

Tempo fa ho avuto modo di provare una Jeroboam di Vergomberra 2006 affinata ben 110 mesi sui lieviti e voglio raccontarvi cosa ho scritto in quell’occasione:

“La Jeroboam di Vergomberra 2006 dimostra quanto l’Italia e i suoi territori possano dire la loro su evoluzione e potenzialità di invecchiamento. Pinot nero al 70% e Chardonnay al 30% con affinamento di 110 mesi sui lieviti con doti ancora “quasi giovani”.
Ha stile da vendere. Come una struttura che resta ben in piedi, al punto di reggere il colpo per molti anni a venire.

Al naso si apre amichevole e immediato, nonostante il grande bouquet di profumi che fa da “scuola di olfatto” per capire come sono le bollicine di qualità. C’è tutto, ad iniziare da un fine sentore di crosta lievitata che sfuma mano mano in raffinata pasticceria, fino al tocco fresco e ancora acidulo degli agrumi, oltre a un ritorno dolciastro dei frutti tropicali. L’agrumato si mescola alla scioglievolezza della crema pasticcera che fa da legaccio, dopo aver lasciato spazio alla mandorla e ad un elegante accenno di caffè.

Al palato si esprime in modo leggiadro con una bollicina fine, spumosa e soffice che avvolge tutta la bocca dando una perfetta sensazione di armonia e persistenza. Scende verticale, con bollicine ben integrate e non trascurando quel sano tocco di minerale che dà sempre piacevolezza. Si comporta come altri prodotti ben più giovani, a degna dimostrazione che il suo cammino verso l’evoluzione non è ancora finito. Bravi Paolo e Enrica, applausi!”

VINITALY = QUALCHE PICCOLA SCOPERTA

Tenuta Colombarda al Vinitaly

TENUTA COLOMBARDA | ROMAGNA

La Romagna è una nuova frontiera alla moda del vino italiano. Le potenzialità per fare le cose in modo adeguato ci sono, la visione imprenditoriale da quelle parti non è mai mancata e la voglia di crescere e farsi notare neppure.

Mettiamoci anche che i colli di Forlì e Faenza “guardano” Firenze e il Chianti. In che senso direte? Con una mappa si vede che le due zone sono divise dagli Appennini, primo fattore in comune. Il secondo comun denominatore è invece l’uvaggio. Sangiovese di qui e Sangiovese di là. E’ vero che uno dei due ( quello toscano, ovviamente ) è già famoso e conosciuto ma la sostanza l’abbiamo anche in Romagna. E tante piccole, o meno piccole, realtà oggi ce lo stanno dimostrando.

UVE DIVERSE PER VINI INTERESSANTI

Tenuta Colombarda al VinitalyOgni giorno nel mondo del vino ho la possibilità di imparare, scoprire e affinare la mia conoscenza. Non so come trasmetterlo a voi ma per me è stimolante, oltre a rappresentare un bel insieme di emozioni. Al Vinitaly è più semplice conoscere nuove aziende. Con Tenuta Colombarda ho avuto modo di scoprire il Pagadebit in purezza, mai incontrato finora.

Sapete che sta dietro al nome Pagadebit? I Romagnoli sono tipi creativi. Altrimenti non si spiegherebbe come facciano, da decenni, ad ospitare sulle loro riviere migliaia di turisti. Tra l’altro offrendo sempre intrattenimenti diversi oltreché all’avanguardia.

Il nome Pagadebit è stato dato all’uva bombino bianco ( peraltro diffusa anche in altre regioni della dorsale adriatica ) per rendere omaggio alla sua grande produzione di uva. Con la quale i contadini erano soliti pagare i debiti, tanta era l’uva prodotta da quelle piante di bombino bianco.

OK, IL NOME E’ BELLO. MA IL VINO?

Anche qua cospargiamoci di cenere e riconosciamo meriti anche a chi è meno famoso. Non è detto che il suo risultato non sia a livelli di chi è più conosciuto. Questo vino è piacevole nella sua semplicità con cui si presenta. Parla al nostro naso in modo franco, semplice, amichevole perchè sa che vuole piacere per quello che è. Un vino onestissimo, un gran lavoratore della tavola ma che sa di essere adatto a varie situazioni conviviali.

Perché questo? Perché ha un profumo delicato di frutti a polpa bianca, erbe di campo e fiori freschi, entra al palato con quella bella dose di freschezza, pulizia e bella acidità.  Immaginatevi sulla spiaggia mentre lo bevete. Ciò grazie alla sua perfetta adattabilità dall’aperitivo fino alla cena, per esempio con uno spaghettino ai frutti di mare! Grazie Tenuta Colombarda per avermi fatto conoscere la vostra realtà. Spero ci siano a breve altre occasioni di incontro.

 RITORNO IN FRANCIACORTA PER UNA VERTICALE DI GRAN CLASSE

Verticale Ricci Curbastro al Vinitaly

Ritorno sulle sponde del Lago d’Iseo e nuovamente per incontrare l’azienda Ricci Curbastro. In questo caso allo stand Vinitaly del consorzio Franciacorta per una degustazione di eccellenza. Non capita tutti i giorni di poter “viaggiare nel tempo” di una delle aziende più storiche della Franciacorta per scoprire quanto l’eleganza del Satèn sia perenne nel tempo.

Il viaggio nel gusto della bollicina soffice della Franciacorta parte con l’ultima annata commercializzata da Ricci Curbastro, la 2012, e arriva fino alle 2002. Che viaggio, signori!

Prima di raccontarvi le differenti note delle annate faccio un breve excursus storico sul nome Satèn. Secoli fa la zona del Lago d’Iseo era un centro di scambio commerciale di varie merci, tra cui anche la seta. Era una zona franca e senza dazi commerciali, da cui il nome Curte Franca ( poi “italianizzato” in Franciacorta ). Nella gamma delle bollicine franciacortine il Satèn è sinonimo di eleganza. Intesa come bollicina soffice e setosa, ecco per cui il riferimento alla seta.

Un’altra cosa è importante. Il nome Satèn è un marchio protetto del consorzio Franciacorta. E’ stato coniato nel 1995 a seguito del divieto di utilizzo del termine Cramànt. Prima era usato come da tradizione, per definire un prodotto soave, elegante e con bollicina soffice.

PARTIAMO SUBITO PERCHE’ E’ EMOZIONE ALLO STATO PURO

SATÈN 2012. Ananas e pesca bianca come frutti, poi arrivano i sentori di lievito. Sono seguiti da leggere note di pasticceria e mandorla oltre al tocco di tostato nel finale che si unisce a burro fuso. Bollicine cremose che lasciano un fine pizzicore che riporta piacevolezza. Arriva agrumato al palato con bollicine ben integrate nel contesto. Allargano in bocca per poi lasciare una sfumatura amaricante. Acidità che raggiunge ottimi livelli per una freschezza degna di nota. Chiude persistente

SATÈN 2007 MAGNUM. Naso complesso e variegato con esplosione di tostato potente. Solo dopo lascia spazio a frutti canditi, mandorla, fiori gialli secchi, crema pasticciera e ricordi di vaniglia. Arriva al palato in modo elegante e raffinato nonostante la potenza olfattiva. Bollicine cremose, eleganti che fanno tornare la bella candidatura dei frutti in tutto il palato. E’ ancora fresco, oltre che sapido e sono le caratteristiche che hanno più persistenza nel finale. Molto piacevole anche se elegantemente potente. sboccatura 11/2015

ARRIVA LA PRIMA RISERVA

SATÈN 2006 MUSEUM RELEASE. Arriva un corpo di grande sostanza dove si percepisce la pienezza della crema pasticceria ed accenni di caramello. Sono presenti frutti sciroppati come ananas e pesca gialla, profumo di bergamotto. Sono gli accenni di ossidazione, invece, che rendono omaggio alla vinificazione in barrique. Finisce l’olfatto con speziato e tostato che si fanno largo in modo vigoroso. Le bollicine sono ancora vive, portano sapidità che ricorda la pietra focaia. Continua con mandorla tostata e pizzico di zenzero. Non smette di spingere in intensità con bocca che resta bella carica di tutte le sensazioni. Grande persistenza. sboccatura 6/2015

SATÈN 2005 MUSEUM RELEASE. Rispetto alla 2006 torna nei ranghi di maggiore finezza e più eleganti. Il naso parla sempre di frutti canditi ( ananas, pompelmo e albicocca ) ma meno intensi e più freschi dei precedenti. Mantiene sempre contorni che virano su croissant, fine tostato e nocciola piena e corposa. In bocca è più morbido dei precedenti, più grasso ma sempre con bollicine soffici e che giocano con fare cremoso. Riempie il palato in ogni angolo, pur mantenendo una valida freschezza. Segno che è ancora vivo e vegeto nella sua integrità. Finale quasi “masticabile” per il corpo che presenta. Chiude agrumato e pieno di nocciola. sboccatura 7/2014

LA VERTICALE DI SATÈN DEL VINITALY SI CHIUDE CON LE ULTIME ANNATE

SATÈN 2003 MUSEUM RELEASE. É figlio di un’annata caldissima e con prime piogge a Settembre. Riprende i toni del 2006 nonostante sia meno potente. Ha sempre corpo, pienezza e quelle note ossidative che chiudono il cerchio delle sensazioni piacevoli. Mantiene frutti canditi, tostato,mandorla, nocciola e burro fuso. In bocca è caldo, polposa con ananas e albicocca canditi, in un filone di ricordo dolce dato dalla vaniglia. E’ potente al palato, perchè mano a mano il tocco candito si fa sempre più avanti, aiutato da quella nota di crema e vaniglia che rendono tutto piacevole. Bilancia alla grande anche la sapidità, sorprendente vista l’età del millesimo, come lascia di stucco la persistenza. Dura per molti secondi facendo valere la sua particolare intensità. sboccatura 6/2008

SATÈN 2002. É quello con il giallo più dorato, intenso e pieno di colore. Si fa avanti subito il candito che mi riporta albicocca, agrumi e ananas. Mentre il lato dolce dato dal ricordo di piccola pasticceria è ben evidente. Fiori gialli secchi come camomilla, tocco di fumè e pietra focaia completano il bouquet di profumi. Escono assieme a burro fuso e mandorla tostata. Nonostante l’età la bollicina è ancora giovane e perfettamente integrata al liquido. Ovviamente è meno pizzicante e intensa di prodotti più giovani. Come l’acidità che è viva ma più cauta nel mostrarsi. Rapisce il palato con i frutti canditi, l’olio di bergamotto e la tendenza dolce data dalla vaniglia. La bocca resta piacevole, sapida e con grande persistenza di canditi, agrumi e tono burroso. sboccatura 4/2005

UN SALUTO DAL VINITALY

Vinitaly 2018

“Nei 4 giorni di Vinitaly ho visitato molte più aziende di quelle che vi ho raccontato. In molti casi mi sono lasciato prendere dalla convivialità e dalle pubbliche relazioni. Ho deciso di concentrare quello che mi ha colpito e rapito in quelle lunghe giornate di Vinitaly.”

Ci vedremo il prossimo anno, come è normale che sia. Le date sono scritte sopra: dal 15 al 18 Aprile 2018. Inizia il conto alla rovescia. Siete pronti?

Info:

AZIENDA VITIVINICOLA SOCCI | www.verdicchio.it

SOC. AGRICOLA LETRARI | www.letrari.it

AZ. AGRICOLA RICCI CURBASTRO | www.riccicurbastro.it

AZ. AGRICOLA VIGNA DORATA | www.vignadorata.com

CANTINE BUGLIONI | www.buglioni.com

FATTORIA MONTEMAGGIO | www.montemaggio.com

AZ. AGRICOLA BRUNO VERDI | www.brunoverdi.it

TENUTA COLOMBARDA | www.colombarda.it

di MORRIS LAZZONI

VinoperPassione

Il vino è semplice da capire, basta avere passione

www.vinoperpassione.com

24 Aprile 2017. © Riproduzione riservata

 

 

 

 

 

 

 

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